lunedì 18 settembre 2017

Greenpeace: "Serve una moda slow, il riciclo dei vestiti è una chimera"



All’apertura della Settimana della moda di Milano, Greenpeace ha pubblicato oggi il nuovo rapporto “Fashion at the crossroads”, che raccoglie quasi 400 esempi di alternative al modello corrente di industria della moda, che consuma troppe risorse. Per la prima volta viene presentata una rassegna di soluzioni già praticate che, messe insieme in un quadro coerente, aiutano a disegnare scenari più sostenibili.

Per presentare il rapporto, Greenpeace ha organizzato presso Frigoriferi Milanesi un dibattito con rappresentanti di piccole e medie imprese europee che stanno intraprendendo un percorso verso la moda slow, un modello che non comporta compromessi di natura etica, sociale o ambientale e si allontana dal fast fashion e dal consumo eccessivo di capi d’abbigliamento che hanno un impatto ambientale non sostenibile.

“L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 per cento è una chimera!” afferma Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia.

Da sei anni Greenpeace porta avanti la campagna Detox per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dal tessile. Finora hanno aderito 80 marchi internazionali – tra i quali più di 50 realtà tessili italiane - che rappresentano il 15 per cento della produzione tessile globale in termini di fatturato. L’associazione sostiene che questo importante risultato rischia di essere rovinato da una “economia circolare” ancora immatura in cui la produzione tessile globale continua a crescere esponenzialmente e il riciclo avviene prima di aver eliminato le sostanze chimiche pericolose.

“Il nostro scopo è fornire una risposta critica all’economia circolare così come propagandata dai grandi marchi della moda. Il Pulse report, recentemente presentato al Copenhagen Fashion Summit, prefigura un futuro “circolare” nel quale il settore sarà ancora più dipendente dall’inquinante poliestere, senza affrontare il nodo del consumo eccessivo di capi d’abbigliamento e del conseguente calo della loro qualità e durata” spiega Campione.

Oggi Greenpeace, a Milano, ha offerto il podio ad alcuni pionieri di una nuova visione slow della moda, in cui si cercano modelli alternativi di business, si interviene per ridurre l’impatto della produzione tessile, aumentare la longevità dei prodotti, il loro riciclo e una nuova vita per i prodotti. È anche ora che venga adottata una normativa sulla responsabilità delle aziende che preveda il ritiro obbligatorio dei prodotti a fine vita, per evitare che finiscano in discarica o all’inceneritore, e che premi chi si impegna sul fronte della riduzione dell’impatto ambientale del prodotto.

venerdì 5 maggio 2017

La Vaquita rischia l'estinzione: salviamo gli ultimi 30 esemplari!


La vaquita è uno stupendo mammifero marino, sembra un piccolo delfino ma ne sono rimasti solo 30 esemplari al mondo! Stanno morendo una a una intrappolate nei “tramagli”, reti da pesca particolari su cui però il governo messicano sta considerando un divieto definitivo; un membro del governo ha infatti accettato di presentare l'appello di Avaaz direttamente ai ministri che stanno decidendo. Non c’è tempo da perdere se vogliamo salvare le ultime vaquita! Facciamo capire ai due ministri chiave che se sosterranno il divieto permanente avranno un milione di cittadini da tutto il mondo dalla loro parte.

Vaquita in spagnolo significa “piccola mucca”, per quel viso simpatico che sembra sempre sorridente. È il mammifero marino più raro e la più piccola balena al mondo. Un animale unico, che potrebbe sparire entro pochi mesi. La cosa assurda è che non viene neanche pescata apposta. I pescatori nella zona usano questi tramagli perché è più facile, ma potrebbero usare altri tipi di reti per i gamberi o altri pesci ignorando la vaquita. Senza contare che chi usa i tramagli lo fa anche per prendere i totoaba  (altra specie in pericolo vittima di un ricco traffico illegale in Cina).

Greenpeace a Gentiloni: "Il G7 può essere la Caporetto degli accordi di Parigi"


A pochi giorni dal vertice del G7 che si terrà a Taormina (26 e 27 maggio), la Direttrice Esecutiva di Greenpeace International Jennifer Morgan ha incontrato l’ambasciatore Raffaele Trombetta, responsabile del processo preparatorio e della negoziazione tra i Capi di stato del G7. Durante l’incontro i rappresentanti dell’organizzazione ambientalista hanno consegnato un appello al Presidente Gentiloni.
“In queste ore l’amministrazione USA sta decidendo se abbandonare l’Accordo sul Clima di Parigi. Questo G7 rischia di passare alla storia come il culmine del fallimento della diplomazia internazionale” – recita la lettera indirizzata al Presidente del Consiglio.
“Questo è il momento in cui la comunità internazionale deve mostrarsi compatta ed è il momento in cui la Presidenza del G7 deve assumerne la leadership. Il vertice di Taormina potrà risolversi in un fenomenale disastro o in un successo inatteso. Ci appelliamo al Presidente del Consiglio come garante dello spirito di cooperazione tra i Paesi del G7 perché adesso si faccia di tutto per convincere il Presidente Trump a non seguire la logica “America first”, ma piuttosto “Planet Earth first”.
Abbiamo sia le tecnologie che le risorse finanziarie per prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico. Quello che non abbiamo è tempo da perdere: le decisioni della Presidenza USA rischiano di ritardare un’azione urgente. Proprio oggi è stato ufficializzato il nuovo massimo storico della concentrazione di CO2 in atmosfera (410 ppm). Rallentare o fermare la svolta di Parigi per una azione decisa a tutela del clima è un atto immorale gravido di nefaste conseguenze.
È necessario che il G7 non azzeri o indebolisca gli obiettivi climatici con un accordo al ribasso, ma mantenga alta l’ambizione per una rapida ed efficace applicazione dell’Accordo di Parigi, mettendo in campo da subito azioni concrete, anche poiché questo è uno degli aspetti chiave per prevenire conflitti, minacce alla sicurezza internazionale e migrazioni.
Il miglior modo per mettere in primo piano gli interessi dei cittadini è rafforzare la cooperazione internazionale e affrontare in modo efficace problemi globali, come i cambiamenti climatici.
Se gli Stati Uniti dovessero abbandonare o indebolire il negoziato globale sul clima devono sapere che si isoleranno pericolosamente dalla Comunità Internazionale, contro la storia e gli interessi di tutti. Anche dei cittadini americani.

NoRandagismoDAY, 28 maggio il M5S nelle piazze pugliesi per sensibilizzare sul tema della tutela degli animali

Domenica 28 maggio il M5S sarà in decine di piazze pugliesi, per ribadire un deciso "No al randagismo" oltre che per informare e far conoscere ai cittadini la realtà delle varie strutture operanti nell'ambito della gestione dei canili del proprio territorio e per promuovere la campagna degli affidi e adozioni." lo annunciano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Gianluca Bozzetti, Rosa Barone e Marco Galante che proseguono: "Gandhi affermava che ''La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali'' e in queste parole c'è una grande verità che il Movimento vuole promuovere e concretizzare attraverso la seconda iniziativa del #NoRandagismoDay."

All'iniziativa hanno già aderito numerosi Comuni pugliesi con i rispettivi canili  che per l'occasione saranno aperti al pubblico dalle ore 10:00 alle ore 13:00. Personale addetto e volontari delle strutture affiancheranno i visitatori nella conoscenza dei cani ospitati.

"La partecipazione a questo evento – dichiara il capogruppo del Movimento 5 Stelle Bozzetti favorirà le adozioni dei cani presenti nelle strutture, sensibilizzando al tempo stesso la popolazione sul tema del randagismo. Ho inviato personalmente a tutti i Comuni della regione Puglia un invito formale ad aderire all'iniziativa; un Open Day che auspichiamo venga fortemente pubblicizzato anche dai Comuni che aderiranno all'iniziativa così da avere la più ampia partecipazione e condivisione possibile. - conclude il consigliere pentastellato - La legge regionale pugliese sul randagismo e sui cani vaganti è una delle più avanzate in materia, ma ad oggi l'azione governativa della nostra Regione è indirizzata ad aprire la gestione dei canili ai privati in maniera indiscriminata, minando le certezza di una conduzione che abbia come fine ultimo non il profitto ma unicamente il benessere dei nostri amici a quattro zampe. Daremo battaglia in tutti i modi e in tutte le sedi affinché ciò non avvenga.

martedì 4 aprile 2017

A Pasqua non pensare al suo sapore ma al suo dolore

Ogni anno per festeggiare la Pasqua (che guarda caso sta a simboleggiare la vita) vengono uccisi più di 2 milioni di agnelli :(
Scegliere di "fare del bene" si può non sovvenzionando e prendendo parte a questo massacro.
 

Partito da Verona il monotiraggio sulla presenza di PFAS nelle acque delle scuole


Parte oggi da Verona il monitoraggio sulla presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nell’acqua potabile erogata nelle scuole primarie del Veneto. Nelle scorse settimane Greenpeace ha inviato richieste ai dirigenti scolastici di oltre trenta scuole primarie venete e, ad oggi, tredici istituti hanno autorizzato la raccolta e l’analisi dei campioni di acqua potabile. Il monitoraggio toccherà, nei prossimi giorni, le scuole primarie di numerosi comuni delle province di Verona (tra cui San Bonifacio, San Giovanni Lupatoto, Legnago), Vicenza (tra cui Montecchio Maggiore, Brendola, Arzignano, Sarego, Vicenza) e Padova (tra cui Montagnana e Padova) caratterizzati da un diverso grado di contaminazione da PFAS.

“Ringraziamo tutti i dirigenti scolastici che hanno autorizzato Greenpeace alla raccolta e analisi dei campioni di acqua, accogliendo le richieste di molti genitori preoccupati. Nei casi di contaminazione come questo i soggetti più vulnerabili sono proprio i bambini e per essi dovrebbe valere il principio di maggior tutela” dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Un secco no alla richiesta di Greenpeace è invece arrivato dai dirigenti scolastici delle scuole primarie di alcuni dei comuni più esposti alla contaminazione come Lonigo, Noventa Vicentina, Pojana Maggiore e Arcole. Per altri istituti, da Cologna Veneta ad Altavilla Vicentina, ancora non è arrivata un’autorizzazione ufficiale.

“Pur comprendendo le cautele di alcuni dirigenti scolastici di istituti situati nei comuni dell’area più contaminata da PFAS, riteniamo preoccupante che non abbiano consentito a Greenpeace di raccogliere campioni di acqua, negando così la richiesta di molti genitori di avere dati indipendenti sulla presenza di PFAS nell’ acqua potabile delle scuole frequentate dai loro figli. Confidiamo in un ripensamento di questi dirigenti” conclude Ungherese.

Nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e fermare tutte le fonti di inquinamento da PFAS ed abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei.

La petizione: http://www.greenpeace.org/italy/stop-pfas-veneto

mercoledì 22 marzo 2017

Si arresta l'avanzata globale del carbone

Il numero di centrali a carbone in via di realizzazione nel mondo ha registrato un forte decremento nel 2016, principalmente per l’instabilità della politica industriale di alcuni Paesi asiatici. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Boom and Bust 2017: Tracking The Global Coal Plant Pipeline”, realizzato da Greenpeace, Sierra Club e CoalSwarm, e giunto alla sua terza edizione annuale.

Secondo il rapporto, l’effetto congiunto del rallentamento nella costruzione di nuovi impianti e della dismissione di parte della flotta di quelli operativi apre alla possibilità di contenere l’aumento delle temperature medie globali nei 2 gradi centigradi, a patto che i Paesi coinvolti nell’”economia del carbone” proseguano in questa direzione.

Il declino dell’economia del carbone si articola in una riduzione del 48 per cento nelle attività che precedono l’inizio della costruzione delle centrali (realizzazione dei progetti, richiesta di permessi, attività finanziarie dedicate), in una riduzione del 62 per cento nell’avvio di nuovi cantieri e in un decremento dell’85 per cento nel rilascio di nuovi permessi in Cina.

Questo andamento è dovuto principalmente a due fattori: ai provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità centrali cinesi nella concessione di autorizzazioni alla realizzazione di nuovi impianti; ai tagli di budget degli investitori che operano in India. In questi due Paesi, al momento, sono stati congelati più di 100 progetti di nuove centrali.

Oltre al declino dei trend di costruzione di nuovi impianti, lo studio rivela anche la cifra record di 64 GW di potenza installata a carbone dismessi nel 2015 e nel 2016, principalmente nell’Unione europea e negli Stati Uniti: l’equivalente di circa 120 grandi centrali.

«Il 2016 rappresenta un autentico punto di svolta per il clima», commenta Lauri Myllyvirta, responsabile della campagna globale Carbone e Inquinamento atmosferico per Greenpeace e co-autore del rapporto. «La Cina, ad esempio, ha fermato la realizzazione di molte nuove centrali a carbone dopo che la fortissima crescita delle energie rinnovabili in quel Paese le ha rese superflue per il sistema energetico. Dal 2013, le energie pulite hanno in pratica colmato il deficit energetico cinese».

Sempre nel 2016, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno registrato un forte decremento delle emissioni, grazie al ritiro dalla produzione di molte centrali a carbone. Anche il Belgio e l’Ontario hanno chiuso la loro ultima centrale, mentre tre Stati del G8 hanno annunciato una data ultima per il phase out della fonte più nociva per il clima.

«Il trend che emerge da questo rapporto ricalca la situazione del nostro Paese», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace in Italia. «L’età del carbone non si è conclusa, ma si vanno dismettendo le centrali più obsolete. E soprattutto non vi sono progetti per la realizzazione di nuovi impianti. L’ultimo che si minacciava di voler realizzare, a Saline Joniche, è stato definitivamente cancellato. Ma il nostro governo, al contrario di altri, non trova il coraggio di indicare una data ultima per l’uscita dal carbone: è il sintomo più evidente, questo, della mancanza di una strategia energetica veramente orientata al futuro e alla salvaguardia del clima», conclude Boraschi.

In un quadro complessivamente molto positivo, nel rapporto emergono alcuni Paesi che non stanno investendo nelle energie rinnovabili e che sono invece fortemente impegnati a realizzare nuovi impianti a carbone: Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam e Turchia.

venerdì 3 marzo 2017

Piano conservazione e gestione del lupo, Emiliano "La Puglia è contro l'abbattimento"



Un “si” condizionato al Piano per la conservazione e gestione del lupo, redatto dal ministero dell’Ambiente, discusso in Commissione politiche agricole, riunita ieri  a Roma presso la sede della Regione Puglia.

In particolare il parere favorevole della Puglia è condizionato all’accoglimento della proposta di monitoraggio da effettuarsi a livello nazionale, alla richiesta che venga stralciata la previsione della deroga al Piano e che vengano adeguatamente trattati i temi dell’ibridazione, oltre a introdurre tutte le misure per rendere più efficace la gestione della specie del cinghiale.

“La posizione della Puglia è chiara – dichiarano il presidente Michele Emiliano e l’assessore Leonardo di Gioia, coordinatore nazionale della commissione Agricoltura – siamo contro l’abbattimento dei lupi e abbiamo detto di si al piano ministeriale solo a condizione che non ci siano deroghe su questo punto.
Il nostro lavoro deve essere quello di tutelare l’habitat senza il bisogno dell’intervento umano, introducendo elementi di naturale riequilibrio. L’obiettivo dunque è evitare di colpire una specie che fino a qualche anno fa era a rischio di estinzione”.

mercoledì 1 marzo 2017

Un'avventura nei viaggi nel tempo - Intervista a Michele Dinicastro

Tramite il quotidiano che che dirigo, Barletta News ho avuto modo di intervistare l'autore Michele Dinicastro in merito alla sua ultima singolare pubblicazione:  “Viaggio nel tempo – Un’ipotesi possibile”. 
Michele Dinicastro
è conosciuto dal pubblico nazionale e internazionale in qualità di esperto di parapsicologia scientifica, etno-antroplogia e storia. Il saggio scientifico affronta uno degli argomenti più affascinanti e controversi di sempre, i viaggi nel tempo, conducendo una vera e propria indagine multidisciplinare in cui oltre a illustrare i risultati dei più autorevoli studi scientifici, ci conduce in un ulteriore viaggio  attraverso audaci progetti per la costruzione di specifiche macchine del tempo, esperimenti non convenzionali, alcune significative esperienze italiane e alcune delle più note bufale spazio-temporali.
Di seguito l'intervista.

Partiamo subito da una curiosità. Se ora avesse la possibilità di viaggiare nel tempo, quale sarebbe la sua prima tappa da crononauta?
Siccome sono anche un grande appassionato di storia medievale e locale, farei ovviamente rotta verso la Barletta dell’età di mezzo. Sceglierei l’era federiciana, perché certamente fra le più stabili e floride. Quest’epoca mi darebbe la possibilità di visitare i due quartieri fuori le mura, San Vitale e sant’Antonio Abate, che purtroppo vennero distrutti nel XVI secolo dai francesi e di apprezzare i tesori d’arte ed architettura religiosa che ospitavano. Potrei, inoltre, far visita ai Cavalieri Templari (e agli Ospitalieri) e vedere, così, la loro favolosa domus di San Leonardo con annessa chiesa. Lì ammirerei il mitico Pavilon, grandioso salone in cui avvenivano le cerimonie di ingresso nell’ordine dei nuovi cavalieri. Infine, potrei assistere all’arrivo in Puglia di San Francesco (1181-1226) e, spostandomi di qualche anno, dare un’occhiata al cantiere di Castel del Monte…
Alla luce di questa nuova pubblicazione, e soprattutto dopo anni di studi in materia, crede che la natura del tempo sia sempre e comunque ciclica o che magari sia stata “inventata” unicamente per soddisfare il bisogno di scandire i momenti di vita della collettività? Della serie, il tempo è un’illusione o è un elemento fisico percepito dall’uomo pur in assenza di un organo predisposto alla sua percezione?
È inevitabile che la ciclicità stagionale scandisca la nostra vita, influenzando la nostra percezione del tempo. Infatti, siamo soliti suddividere la nostra vita in anni, ovvero in unità di tempo che coprono singolarmente un intero ciclo stagionale completo. Tuttavia, la percezione cosciente del costante mutare dello scenario naturale su base stagionale e quindi di quel continuo divenire che chiamiamo tempo, cozza con le percezioni del nostro inconscio. Quest’ultimo, infatti, sembra non avere i limiti classici della temporalità, che vengono percepiti dall’uomo nell’immanenza. L’inconscio sembra effettivamente operare al di fuori di esso, suggerendo l’idea che il tempo possa, in fondo, essere solo un costrutto della mente conscia. Su queste contrastanti dinamiche formulo nel mio saggio una mia personale teoria.
Se – come del resto hanno sostenuto autorevoli scienziati come Igor Novikov – tornare indietro nel tempo per impedire che si realizzi un evento è impossibile, quale dovrebbe e potrebbe essere lo scopo dei cronoviaggi nel passato?
Per quanto mi riguarda, la principale utilità sarebbe costituita dalla conoscenza, ovvero dal recupero di informazioni su eventi e fatti storici malsicuri, verificando la nostra stessa storia ed appurando come effettivamente siano nate le religioni… Sarebbe, come comprende, una possibilità che aprirebbe le porte ad immensi allargamenti della nostra conoscenza sulla storia del mondo con inimmaginabili ricadute su storia, religione, politica, etica, morale, etc… Si aprirebbero le porte alla verità e, di conseguenza, alla più grande rivoluzione culturale (e non solo) di tutti i tempi.
Siamo da sempre portati a pensare che nell’Universo esistano altre forme di vita, così come abbiamo spesso pensato, se non addirittura sostenuto, che crononauti del futuro abbiano viaggiato a ritroso nel tempo per svelarci segreti e verità. Allora perché questi viaggiatori avrebbero dovuto celare le tracce della loro esistenza lasciandoci nel limbo di un rebus infinito?
Lei ha prima citato Novikov, quale fautore di una teoria che prevede l’impossibilità di mutare gli eventi del passato, come se vi fosse una naturale “protezione cronologica”, peraltro congetturata da molti altri scienziati. Ebbene, sembrerebbe che in effetti, se viaggiassimo indietro nel tempo, non potremmo cambiare la sequenza dei fatti già avvenuti, perché se lo facessimo potremmo ottenere, come sola conseguenza, quella di aprire nuove linee storiche di universo, parallele a quella principale ed immutabile. In altri termini, se viaggiatori dal futuro interagissero con noi, la loro interazione darebbe istantaneamente vita a un nuovo corso storico in cui la loro ingerenza sarebbe riscontrabile, lasciando, però, la nostra linea storica intonsa. Naturalmente, questa è solo una ipotesi, ma evita il realizzarsi dei famosi paradossi…
Se domani ci svegliassimo con la certezza che grazie alle attuali tecnologie – o perché no, grazie a varchi spazio-temporali – viaggiare nel tempo è un’impresa sicura e realizzabile, dunque non più un’ipotesi, quali crede sarebbero i rischi e le implicazioni a livello sociale, politico e magari anche ambientale?
Saremmo di fronte ad una rivoluzione di immane portata che cambierebbe per sempre il destino dell’umanità.
Pensa che un giorno l’uomo sarà in grado di liberarsi delle proprie restrizioni mentali riuscendo finalmente a “vedere” il tempo?
Purtroppo l’acquisizione di nuovi concetti, specie se rivoluzionari, presenta sempre esiti dolorosi, perché l’uomo tende ad adagiarsi sui ben più rassicuranti e meno faticosi concetti noti e accettati. E la scienza non fa eccezione… Thomas S. Kuhn (1922 – 1996), storico della scienza e filosofo statunitense, afferma, infatti, che la scienza procede per rivoluzioni, in quanto vincolata ai propri paradigmi. Nel suo famoso saggio intitolato “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” egli evidenzia come “l’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento […]; finché tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici”. Stesso concetto fu espresso anche da uno dei più importanti fisici del ‘900, il premio Nobel Max Planck (1858 – 1947) “Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari!” (citato in T.S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions). Ecco, quindi, che se la via maestra per conoscere la vera natura del tempo passa attraverso l’esplorazione della mente inconscia, allora dubito che la scienza moderna sia ancora pronta a compiere questo passo…
Nel libro afferma che la nostra capacità di percezione d’informazioni psichiche non sensoriali è soggetta all’effetto del “rumore sensoriale” ed ipotizza l’esistenza di un sistema di sincronizzazione cronologica tra mente conscia e mente inconscia, il quale può subire uno sfasamento percettivo a causa di fattori perturbativi. Può spiegarci meglio?
Le mie osservazioni m’inducono ad ipotizzare l’esistenza di una duplice interazione umana col tempo. Una determinata dalla mente conscia e legata alle dinamiche temporali del mondo sensibile ed una inconscia, per nulla limitata da direzionalità e flusso costante. Siccome le informazioni di carattere psi-cognitivo (telepatia e chiaroveggenza) “viaggiano” sempre per via inconscia, ecco che esse non sono affatto legate ai vincoli temporali citati, perciò possono giungerci prima o dopo l’evento che le ha generate. Ebbene, il processo di emersione della informazione è, a sua volta, influenzato dal rumore sensoriale che percepiamo durante gli stati di coscienza ordinaria, che è molto più forte della informazione psi-cognitiva, perciò a volte ne diveniamo coscienti solo in seguito, ovvero quando tale rumore sensoriale si abbassa. Ciò avviene quando siamo in uno stato di semideprivazione sensoriale, ad esempio durante il sonno e il sogno.
Come può un individuo rendersi effettivamente conto dell’esistenza del “tempo inconscio” in cui riuscirebbe a muoversi liberamente tra passato e futuro? Come si abbattono le barriere della psiche? È un’impresa possibile a tutti?
La ricerca parapsicologica scientifica ha già ampliamente provato che ciò è possibile ed ha pubblicato molti delle sue risultanze su riviste scientifiche indicizzate. Ad esempio nel 1989 lo studioso Charles Honorton e la psicologa Diane Ferrari presentarono una metanalisi di 309 studi pubblicati in lingua inglese sulla precognizione in test a scelta obbligata eseguiti tra il 1935 e il 1987 (Future telling: a meta-analysis of forced –choise- precognition, JP, Vol. 53, 1989) ed emerse come vi fosse 1 sola probabilità contro 10 miliardi di miliardi che il risultato fosse attribuibile all’aspettativa casuale. La possibilità di utilizzare tali capacità a piacimento è ancora studiata e taluni ricercatori suggeriscono speciali metodiche da mettere in pratica, ad esempio, durante quel particolare tipo di sonno in cui sappiamo che stiamo dormendo e va sotto il nome di sonno lucido. La nostra psiche non ha barriere, se non quelle imposte dalla mente conscia, ma con un giusto approccio tutti possiamo superarle, ecco perché ci sono i parapsicologi, per scoprire come fare e renderlo noto. Ciò nasconde il vero scopo della parapsicologia scientifica, quello di scoprire la vera natura dell’uomo…
Concludo ciclicamente con un’altra curiosità. Il suo libro è nato grazie a una scommessa con Alfredo De Giovanni. Alla fine il suo amico si è ricreduto?
Beh, più che una vera e propria scommessa la definirei una promessa… Alfredo mi invitava a scrivere un libro scientificamente documentato sul tema dei viaggi nel tempo e devo dire, a giudicare dal suo entusiasmo alla lettura del libro, che la mia fatica non è andata sprecata. Il suo giudizio è per me tanto più lusinghiero perché formulato da una persona con un solido background scientifico, che, peraltro, conosce molto bene le discipline che toccate nel libro

10 anni di smartphone: occorre ricilare i rifiuti elettronici

Negli ultimi dieci anni, la produzione e lo smaltimento di smartphone hanno avuto un impatto significativo sul nostro pianeta, secondo un rapporto diffuso da Greenpeace Usa, all’inaugurazione del “World mobile congress” di Barcellona.
Il rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones fornisce una panoramica dell’aumento dell’uso degli smartphone in tutto il mondo, a partire dal lancio del primo IPhone nel 2007, e del loro impatto sul nostro pianeta. Il rapporto mostra che dal 2007 sono stati usati per la produzione di smartphone all’incirca 968 TWh, quasi l’equivalente di un anno di fabbisogno energetico dell’India. I dispositivi contribuiscono significativamente alla grande crescita dei rifiuti elettronici prodotti: si prevede di arrivare a 50 milioni di tonnellate nel 2017.

Ecco alcuni dei dati raccolti:
·       Dal 2007 a oggi sono stati prodotti 7,1 miliardi di smartphone
·       Solo nel 2014, secondo uno studio della United Nations University, sono stati prodotti 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati alla produzione di smartphone. Meno del 16 per cento dei rifiuti elettronici globali viene riciclato.
·       Dal 2007 circa 968 TWh sono stati usati per produrre smartphone, che è lo stesso quantitativo di un anno di fabbisogno energetico in India.
·       Solo due modelli su tredici, esaminati come parte delle ricerca da Greenpeace Usa e iFixit, avevano batterie facilmente sostituibili. Questo significa che, quando la batteria inizia a scaricarsi, i consumatori sono costretti e sostituire l’intero dispositivo. Negli Stati Uniti gli smartphone vengono usati per un periodo medio di 26 mesi (circa due anni).
·       Nel 2020 le persone che posseggono smartphone saranno 6,1 miliardi, ovvero circa il 70 per cento della popolazione globale.
Se tutti gli smartphone prodotti nell’ultimo decennio fossero ancora in uso, ce ne sarebbero abbastanza per ogni persona sul pianeta. I consumatori sono spinti a cambiare telefonino così spesso che la media di utilizzo è di soli due anni: l’impatto sul pianeta è devastante” afferma Elizabeth Jardim di Greenpeace Usa. “Quando si considerano tutti i materiali e l’energia richiesta per realizzare questi dispostivi, la loro durata e il basso tasso di riciclo, diventa chiaro che non possiamo continuare su questa strada. Abbiamo bisogno di dispositivi che durino più a lungo e, in sostanza, abbiamo bisogno di aziende che adottino un nuovo modello di produzione circolare”.

Greenpeace chiede all’intero settore IT di adottare un modello di produzione circolare, in modo da affrontare alla radice molte di queste sfide ambientali. Un caso esemplare è quello di Samsung, che dovrebbe impegnarsi pubblicamente al riciclo del Galaxy Note 7s, riducendo al minimo l’impatto sulle persone e sull’ambiente. Invece non è ancora chiaro cosa intenda fare con i 4,3 milioni di telefonini che ha ritirato dal commercio.

Leggi il rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones(in inglese): www.greenpeace.org/usa/smartphones

Colazione con Body Detox Tea 28 Giorni di Fittea



Oggi la mia giornata è iniziata molto presto ma con la giusta dose di energia vitamine e antiossidanti. Ho deciso di provare il BODY DETOX TEA 28 GIORNI di FITTEA poiché contiene esclusivamente ingredientinaturali che rafforzano il sistema immunitario e aiutano a mantenere uno stato di benessere. Inoltre questo teadetox ripristina le normali dizioni del nostro metabolismo ed è un brucia grassi naturale.

Cosa contiene?


- Tè verde China Gunpowder🍵
- Tarassaco🌼
- Ginseng⚡️
- Tulsi 🌱
- Citronella🍃
- Buccia di limone🍋
- Fiori di gelsomino 🌸
- Granoturco 🌾
- Petali di rose 🌹
- Scaglie d'ananas 🍍
-Mela 🍎


Il profumo è delizioso e il sapore davvero ottimo e dolce al punto giusto. Trascorsi 28 giorni potrò parlare degli effetti ottenuti 😉
Chi di voi l'ha già provato?

venerdì 24 febbraio 2017

Lettera aperta di Greenpeace Italia, Legambiente e WWF sulle trivellazioni


L’Italia è un Paese refrattario alla pianificazione degli interventi in campo energetico, con un  Governo che rischia di porsi al di fuori dall’Europa e degli impegni assunti su scala internazionale, e continua a dare carta bianca alle aziende petrolifere (in primis ENI e Edison), a interessi industriali ad alto rischio ambientale, senza un disegno unitario.

Con una Lettera Aperta al Presidente del Consiglio, ai Ministri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e ai Governatori delle Regioni, Greenpeace Italia, Legambiente e WWF chiedono come mai  il Governo italiano, violando gli impegni assunti con il recepimento della Direttiva comunitaria Offhsore (con il Dlgs n. 145/2016), si rifiuti ancora oggi di prevedere una programmazione delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi da sottoporre a Valutazione Ambientale Strategica, mentre procede  ad aprire Valutazione di Impatto Ambientale sulle singole istanze per permessi di ricerca offshore, che rappresentano la categoria più numerosa tra le procedure oggi aperte (37,5% con 6 istanze su 16; seguono 3 per autostrade, 2 per impianti idroelettrici, 2 per reti ad alta tensione, 2 per porti, 1 per aeroporti).

Ai governatori delle Regioni che avevano promosso il referendum dello scorso 17 aprile, le tre associazioni chiedono in particolare di  confermare l’impegno sul tema della difesa dei mari italiani sollecitando, con le associazioni, i comitati e la società civile, il ripristino del Piano delle Aree come strumento di monitoraggio e verifica della pressione ambientale sugli ecosistemi marini.
Per gli Ambientalisti il Governo deve soprattutto dimostrare di essere coerente con gli impegni europei e internazionali sulle scelte energetiche assunti a seguito dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici per la de carbonizzazione dell’economia e il progressivo abbandono delle fonti fossili.

Nella Lettera Aperta le tre associazioni ambientaliste chiedono al Governo Gentiloni di:

1. riparare al danno fatto dal Governo Renzi, con la raffazzonata modifica contenuta nella Legge di Stabilità 2016 di una delle poche disposizioni positive del decreto Sblocca Italia, che all’articolo 38, comma 1 bis (cancellato improvvidamente per esigenze strumentali pre-referandarie) prevedeva la redazione di “Piani dellearee”, fortemente voluti dalle Regioni e dai Comuni, per le attività di estrazione degli idrocarburi;

2. dare finalmente concreta attuazione a quanto previsto dall’articolo 5 del decreto legislativo n. 145/2016 di recepimento della Direttiva europea “Offshore”, che prevede sia garantita la partecipazione pubblica tramite alle procedure di valutazione ambientale strategica su piani e programmi, per valutare organicamente e cumulativamente i possibili effetti sull’ambiente delle operazioni in  mare nel settore degli idrocarburi, nell’interesse delle popolazioni e degli enti locali;

3. discutere pubblicamente, impostare e dare concreta attuazione al più presto a una nuova Strategia nazionale energetico/climatica richiesta dopo l’Accordo di Parigi che punti convintamente sulle fonti rinnovabili, sul risparmio e l’efficienza energetica, chiudendo al più presto il capitolo delle fonti non rinnovabili più inquinanti.

Greenpeace, Legambiente e WWF chiedono, appoggiando le analoghe richieste della rete dei comitati No Triv, un segnale positivo dal Governo Gentiloni, un atto concreto che dimostri che l’Italia vuole davvero essere uno dei Paesi più avanzati al mondo.

Emiliano su abbattimento lupi: "Tuteliamo e ripristiniamo il loro habitat"

Intervenendo a margine della conferenza delle regioni sul cosiddetto “piano-lupi”,  il presidente Emiliano ha dichiarato: “Il programma di abbattimento dei lupi mi ricorda una cosa triste: fare le liste di abbattimento di esseri viventi è una cosa che mi ripugna, quindi  in tutta sincerità, credo che il nostro lavoro sia quello di tentare di tutelare l’habitat in modo tale che le varie componenti del ciclo si equilibrino da sole senza interventi umani.

Non è semplice, ma ci possiamo riuscire introducendo quegli elementi di naturale riequilibrio che eviterebbero di colpire una specie che fino a pochi anni fa era a rischio di estinzione e che rappresenta un importantissimo elemento della catena dell’habitat”.

Greenpeace fa ricorso al Tar contro il Veneto per mancata trasparenza sui PFAS


Greenpeace ha notificato ieri un ricorso amministrativo al Tar del Veneto contro le difficoltà poste dalla Regione Veneto e dalla AULSS 8 all’accesso ai dati sui monitoraggi relativi alla presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) in acque destinate al consumo umano. Greenpeace si riserva la possibilità di procedere anche a livello penale per omissione di atti d’ufficio.

Lo scorso 30 novembre Greenpeace ha presentato alla Direzione Prevenzione, Sicurezza Alimentare e Veterinaria dell’Area Sanità e Sociale della Regione Veneto una formale richiesta dei dati relativi alla presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) in acque destinate al consumo umano nel territorio regionale e relative al triennio 2013-2016. A distanza di quasi tre mesi, e dopo una serie di rimpalli di competenze che hanno coinvolto l’Area Sanità e Sociale, ARPAV ed AULSS Venete, ad oggi sono stati forniti solo parte dei dati, violando così la normativa sulla trasparenza della pubblica amministrazione.

È noto dal 2013 che in una vasta area della Regione Veneto, compresa tra le provincie di Vicenza, Padova e Verona, è presente un massiccio inquinamento da PFAS, tutt’ora in atto, che interessa le acque dei fiumi, le falde acquifere, le acque potabili e la catena alimentare. I PFAS appartengono al più ampio gruppo dei PFC (composti poli- e per-fluorurati), sostanze chimiche di cui Greenpeace chiede l’eliminazione con la campagna Detox sin dal 2011.

“È paradossale che in una situazione così critica dal punto di vista ambientale e sanitario le istituzioni responsabili della salute pubblica in Veneto non siano in grado di fornire i dati richiesti da Greenpeace”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Le istituzioni regionali si professano trasparenti ma alla prova dei fatti si sottraggono ad una richiesta di semplice accesso, violando a nostro avviso le normative vigenti”.

Le normative prevedono infatti che ad una richiesta di accesso ad atti pubblici sia data una risposta entro trenta giorni. Dopo mesi di rimpalli, Greenpeace ha ricevuto riscontro solo dalle ULSS 20 e 21 (oggi parte dell’AULSS 9) e dalla ULSS 17 (oggi parte dell’AULSS 6). Nulla invece è arrivato proprio dalle ULSS 5 e 6 (oggi parte dell’AULSS 8) che ricadono nell’area più contaminata. Attualmente i dati relativi alla presenza di PFAS in acque potabili vengono pubblicati in forma aggregata nel bollettino “Acqua potabile in Veneto”, disponibile sul sito istituzionale della Regione Veneto, e suddivisi per comune solo per alcune AULSS del veronese. Di fatto oggi, almeno per i dati più recenti pubblicati sul sito della Regione, è quasi sempre impossibile risalire alla presenza di PFAS nell’acqua potabile del proprio Comune.

“In una situazione ambientale così grave è necessario che le informazioni siano facilmente disponibili per chi vive quotidianamente in aree a rischio. Trasparenza e diritto di sapere sono i principi cardini che dovrebbero ispirare ogni amministrazione pubblica e non a caso sono obiettivi fondamentali della campagna Detox di Greenpeace, già adottati da famosi marchi internazionali della moda da Zara a Valentino, passando per Benetton fino alle piccole aziende tessili italiane del distretto tessile di Prato” conclude Ungherese.

IL RICORSO AL TAR E GLI ALTRI DOCUMENTI SONO DISPONIBILI SU www.greenpeace.it

lunedì 13 febbraio 2017

Perchè ogni giorno può essere meraviglioso


Vedo cieli blu e nuvole bianche
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Louis Armstrong - "What A Wonderful Word"

domenica 12 febbraio 2017

I cittadini europei sfidano il glifosato - Un milione di firme per bandirlo

Parte in tutta Europa una Iniziativa dei cittadini europei (ICE) per chiedere alla Commissione Europea il bando totale dell'uso del glifosato, l’erbicida più venduto al mondo, collegato a problemi per la salute e l’ambiente.

Con eventi in diverse città europee, tra cui Roma, Bruxelles, Parigi, Berlino e Madrid, un'ampia coalizione di organizzazioni della società civile lancia oggi l'Iniziativa, che invita la Commissione a proporre obiettivi ambiziosi per ridurre l'uso di pesticidi e consente ai cittadini europei di partecipare direttamente al processo decisionale politico. Una volta raggiunto un milione di firme, la Commissione dovrà adottare una risposta formale per illustrare le eventuali azioni che intende proporre a seguito dell'iniziativa dei cittadini.

L'ICE è sostenuta da decine di organizzazioni in 15 paesi, tra cui Greenpeace, la coalizione StopGlifosato, il Pesticide Action Network, la Health and Environment Alliance, Corporate Europe Observatory e WeMove.EU. Le associazioni di tutela dell’ambiente e della salute chiedono alla Commissione europea, non solo di vietare il glifosato, ma anche di riformare il processo di approvazione dei pesticidi e fissare obiettivi vincolanti per ridurre l'uso dei pesticidi in Europa.

"Quest'anno abbiamo finalmente l’opportunità di togliere il glifosato dai nostri campi e dai nostri piatti. Sono sempre di più i corsi d'acqua in Italia e in Europa contaminati con questo diserbante, classificato come “probabile cancerogeno” dallo IARC. Si trovano tracce nel cibo, nelle bevande e persino nelle urine. Il messaggio alla Commissione Ue e ai Paesi membri è chiaro: l'interesse e la salute delle persone devono venire prima dei profitti delle aziende agrochimiche" afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia.

Le firme necessarie per l'Iniziativa dei cittadini devono essere raccolte in un anno e in almeno sette Paesi dell’Ue. Per partecipare si può firmare la ICE #StopGlifosato su www.greenpeace.org/STOPGlyphosate e www.stopglyphosate.org

mercoledì 8 febbraio 2017

Greenpeace: "Piano UE non inlinea con gli impegni di Parigi. L'Italia deve fare di più"

Commentando il dossier presentato dalla Commissione europea sullo stato di avanzamento dell’Unione dell’energia - “State of the Energy Union” – Greenpeace evidenzia come la strategia energetica dell’Ue non sia in linea con gli impegni sul clima sottoscritti a dicembre 2015, durante la Cop21 di Parigi. 

«Per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, così come concordato a Parigi, l’Unione europea deve accelerare la transizione verso un futuro 100 per cento rinnovabile e cancellare tutti i sussidi alle fonti fossili», afferma Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Più di ogni altra cosa, l’Ue deve assicurare a tutti i suoi cittadini la possibilità di autoprodurre con fonti rinnovabili almeno parte dell’energia consumata, contribuendo così al necessario incremento dell’uso di fonti pulite».  

Greenpeace chiede che l’Unione europea risponda adeguatamente all’urgenza dei cambiamenti climatici, velocizzando l’uscita dall’era del carbone e superando quelli che sono gli attuali obiettivi in tema di clima ed energia. Secondo l’organizzazione ambientalista, l’Ue dovrebbe dare priorità e incentivare le energie rinnovabili, disinvestendo invece da tutte le fonti fossili e cancellando qualsiasi sussidio pubblico a queste forme inquinanti di energia.  

L’Italia risulta aver raggiunto in anticipo i propri obiettivi al 2020 sul tema delle rinnovabili, ma questo è vero solo su carta. In realtà, il raggiungimento dell’obiettivo è dovuto a un mero adeguamento dei dati statistici 2010 e, in gran parte, alla revisione Istat del dato dell’uso di biomassa per produrre calore, prima sottostimato, e non a un reale aumento delle energie rinnovabili per la produzione di energia. Inoltre, il nostro Paese non ha raggiunto l’obiettivo di interconnessione della rete, e anche per questo è ora costretto a “richiamare in azione” alcune vecchie e inquinanti centrali a carbone.  

«In Italia c’è ancora tanto da fare in tema di clima ed energia, dobbiamo abbandonare l’atteggiamento rinunciatario messo in campo dai governi che si sono susseguiti in questi ultimi anni. Abbiamo tutte le possibilità per diventare leader nelle energie rinnovabili, quello che manca è la volontà politica», conclude Iacoboni.  

Il produttore di Gore-Tex passa a tecnologie prive di PFC pericolosi


Gore Fabrics, l’azienda americana leader del mercato delle membrane idrorepellenti, nota al pubblico per i suoi prodotti con marchio GORE-TEX® passa a tecnologie idrorepellenti prive di PFC pericolosi. Lo annuncia oggi l’azienda stessa all’ISPO di Monaco - la principale fiera europea del settore outdoor – mentre Greenpeace Svizzera pubblica il rapporto “PFC Revolution in the Outdoor Sector”, che fornisce una panoramica sui progressi dei marchi di abbigliamento outdoor verso l’eliminazione dei pericolosi PFC nei propri prodotti.

Fin dal 2011, quando è iniziata la campagna Detox, Greenpeace chiede all’industria tessile e dell’abbigliamento di eliminare tutti i composti chimici pericolosi dalle proprie filiere produttive, identificando i PFC (composti poli- e perfluorurati) tra le sostanze più pericolose da eliminare. Nel 2015, Greenpeace ha puntato l’attenzione sul settore dell’abbigliamento outdoor, che fa uso dei PFC nelle membrane e nei tessuti idrorepellenti. Alla campagna hanno partecipato migliaia di persone, amanti della natura e delle attività all’aria aperta, che hanno chiesto ai loro marchi preferiti prodotti privi di PFC.

“Un grandissimo ringraziamento va a tutti coloro che, partecipando attivamente alla campagna di Greenpeace per un futuro libero da sostanze chimiche pericolose, hanno dato un contributo fondamentale per ottenere questo risultato”, dichiara Chiara Campione, Detox Outdoor Corporate Lead di Greenpeace Italia. “L’impegno di Gore Fabrics, il più importante fornitore di tessuti idrorepellenti, manderà definitivamente in pensione l’utilizzo dei PFC nell’intero settore dell’abbigliamento e attrezzature outdoor”.

Gore Fabrics eliminerà i PFC pericolosi dai suoi principali laminati outdoor (che corrispondono all’85 per cento di prodotti realizzati con questi laminati) entro la fine del 2020 e dai laminati speciali idrorepellenti (che corrispondono al restante 15 per cento dei prodotti realizzati con questi materiali) entro la fine del 2023. Per la produzione di membrane e rivestimenti idrorepellenti usati in numerosi prodotti, l’azienda americana svilupperà nuove tecnologie più rispettose dell’ambiente. In alcuni casi i PFC saranno sostituiti da altre sostanze. In altri processi produttivi, alcuni PFC continueranno ad essere usati ma con un monitoraggio i cui dati, accessibili a tutti, documenteranno che non vengono rilasciati nell’ambiente sostanze pericolose durante le fasi di lavorazione.

“I nostri prodotti sono sempre stati sicuri da indossare, ma Gore riconosce i problemi riguardanti la possibile contaminazione ambientale generata dall’uso di questo gruppo di sostanze e la necessità di introdurre sul mercato tecnologie più sicure per l’ambiente” dichiara Bernhard Kiehl, responsabile Sostenibilità di Gore Fabrics. “Come produttore leader nel settore, Gore Fabrics è entusiasta per l’opportunità di guidare un profondo cambiamento nell’industria outdoor, investendo in modo significativo nello sviluppo di nuove tecnologie prive di PFC pericolosi.”

Nonostante molti dei marchi internazionali più famosi, inclusi The North Face, Mammut e Salewa, al momento facciano ancora uso dei pericolosi PFC nei propri prodotti, l’impegno assunto da Gore Fabrics, i cui obiettivi e traguardi intermedi sono stati resi noti oggi sul suo sito, può generare una radicale trasformazione nell’intero settore. “L’incredibile accelerazione del mercato outdoor verso tecnologie prive di PFC pericolosi – anche se non ancora completa – mostra che la trasformazione di un settore può essere raggiunta in tempi relativamente brevi, se i principali stakeholders sono disposti ad attivarsi insieme responsabilmente” conclude Campione.

Leggi il rapporto (in inglese) “PFC Revolution in the Outdoor Sector”: www.greenpeace.org/international/PFC-Revolution

Leggi l’impegno preso da Gore Fabrics: www.gore-tex.com/pfcgoal